Sfoglia altri articoli simili con le etichette:
LinkedIn dichiarava, nei dati di marzo 2026, oltre 18.400 profili italiani che includevano la dicitura “AI Expert”, “AI Specialist”, “AI Consultant” o “Prompt Engineer” come titolo professionale principale. Diciotto mesi fa erano meno di 2.000. Un aumento del 920% in un anno e mezzo, in un mercato del lavoro italiano che non ha visto una crescita reale comparabile della domanda enterprise di figure AI senior.
Tradotto: c’è un’inflazione di figure che dichiarano competenza AI che non corrisponde a un’inflazione equivalente di competenza reale.
Questo è un problema. Lo è per le aziende che cercano consulenti seri e si trovano a filtrare in una palude di CV generici. Lo è per i professionisti che hanno costruito competenza reale negli ultimi cinque anni e si ritrovano confusi con chi ha completato un corso di prompt engineering su Udemy due settimane fa. Lo è per il mercato nel suo complesso, che rischia di pagare il prezzo di un ciclo di delusione tipico delle bolle di expertise.
Come distinguere un AI expert vero da un AI expert dichiarato
Faccio questo mestiere da abbastanza tempo per riconoscere i pattern. E avendo lavorato in Google a San Francisco e in Snap pre-IPO, ho visto da vicino come si costruisce competenza tecnica in un settore che corre. Ne ho riconosciute alcune categorie ricorrenti tra i sedicenti AI expert italiani del 2026.
Il primo gruppo è quello dei riconvertiti dal digital marketing senza apprendimento reale. Persone che facevano social media management nel 2022 e che dal 2024 hanno cambiato il titolo LinkedIn senza apprendere nulla di sostanziale sull’AI. Sanno usare ChatGPT meglio della media, certo, ma è la stessa cosa che sapere usare Google nel 2008. Non è expertise.
Il secondo gruppo è quello dei content creator AI. Persone che producono post LinkedIn quotidiani su “i 10 prompt che ti cambieranno la vita”, “il futuro dell’AI tra cinque anni”, “Microsoft contro Google nella guerra dell’AI”. Costruiscono audience, accumulano follower, vivono di lead generation per corsi e consulenze proprie. Esistono in tutti i settori, è normale. Quello che è anomalo è che molti di loro non hanno mai consegnato un progetto AI a un cliente reale.
Il terzo gruppo è quello dei certificati. Persone che hanno completato corsi su DeepLearning.AI, Coursera, alcuni anche corsi seri come Harvard CS50 AI, e hanno la pagina dei certificati riempita. È un punto di partenza. Ma diventare AI expert dopo aver completato un corso da 40 ore è come diventare avvocato dopo aver visto una stagione di Suits.
Il quarto gruppo, minoritario ma esiste, è quello degli AI expert reali. Persone che hanno lavorato su progetti concreti, hanno consegnato implementazioni, conoscono i limiti dei tool, hanno fallito su qualcosa e imparato dal fallimento. Questi non hanno bisogno di chiamarsi AI expert. Vengono cercati per nome.
Il problema dei prezzi
L’inflazione di figure ha portato un’inflazione di tariffe richieste, scollegata dal valore consegnato. Vedo proposte commerciali da freelance italiani per audit AI a 8.000 euro, costituite da una checklist generica e da uno script ChatGPT riadattato. Vedo formazione AI aziendale a 15.000 euro per due giornate che si riducono a una rassegna di slide su “cos’è il prompt engineering” prese da uno dei tanti repository open su GitHub.
Il mercato pagherà questo livello di tariffe finché la domanda è alta e l’asimmetria informativa è alta. Le aziende italiane di medie dimensioni non hanno strumenti interni per valutare la competenza di un consulente AI. Si affidano a chi suona credibile, a chi ha una rete LinkedIn coerente, a chi promette risultati misurabili.
Quando le aziende inizieranno a misurare il ROI reale dei progetti AI commissionati nel 2025-2026, la correzione arriverà. È una questione di tempo, non di principio.
La responsabilità deontologica
C’è una responsabilità professionale, oltre che etica, nel posizionarsi come AI expert. La consulenza AI tocca dati aziendali sensibili, processi decisionali, in alcuni casi anche dati personali sotto GDPR. Affidare progetti AI a chi non ha competenza reale espone l’azienda a rischi che vanno oltre lo spreco di budget.
Su questo fronte, l’esistenza di organismi come AIPIA, prima associazione italiana professionisti intelligenza artificiale, costruisce una infrastruttura che oggi serve davvero al mercato. Non perché un’associazione possa garantire la qualità di ogni singolo iscritto. Ma perché stabilisce criteri minimi (codice deontologico, formazione verificata, RC professionale dedicata) che differenziano chi prende sul serio la professione da chi la usa come etichetta su LinkedIn.
La credenziale europea per professionisti AI rilasciata da AIPIA come prima ente italiano autorizzato UE è uno strumento concreto in questa direzione. Non risolve il problema dell’inflazione di titoli. Ma offre alle aziende un primo filtro verificabile per chi cerca un consulente con un riferimento istituzionale solido.
Cosa succederà nei prossimi due anni
La storia dei cicli di expertise insegna che le bolle si sgonfiano. Il social media management ha avuto la sua, il growth hacking ha avuto la sua, l’SEO ha avuto la sua. Ogni volta lo stesso pattern: esplosione di figure dichiarate, inflazione di tariffe, primi progetti deludenti per i clienti, correzione brusca con sopravvivenza dei competenti reali.
Il ciclo AI è solo all’inizio. Ci sono ancora 12-24 mesi di crescita disordinata davanti. Poi inizieranno le prime resa dei conti, le aziende cercheranno meno consulenti generici e più specialisti verticali, i prezzi si ridistribuiranno tra chi consegna risultati e chi vende posizionamento.
Per chi sta valutando di entrare in questo mercato oggi come professionista, il consiglio è semplice. Studiare seriamente. Lavorare su progetti reali, anche piccoli, anche gratis nei primi mesi se serve. Costruire competenza specifica su un’area verticale, non genericismo. Documentare quello che si fa, in modo che il portfolio parli prima del titolo LinkedIn.
Il mercato premia, alla fine sempre, chi sa fare. Anche quando per un periodo sembra premiare chi sa raccontare di saper fare.
